Questo scritto potrebbe avere un sottotitolo: lettera a Giuseppe Coffele. Perchè è anche una risposta pubblica al noto produttore che tempo fa mi aveva interpellato privatamente sul fatto di "dare fuoco alle polveri" per il primato del nostro amato vino bianco Soave, riproponendo una particolare definizione di questo vino (qui il post di Franco Ziliani, a cui Coffele si era rivolto in prima battuta con il suo appello).
L'enologo Lamberto Paronetto, nel 1991, in "Viti e vini di Verona", a proposito del Soave scriveva: "un gruppo di valenti tecnici ed esperti, in occasione della prima Festa del Soave Classico (1970) lo ha proclamato "l'eminente classico vino bianco d'Italia". Giuseppe Coffele ha riproposto questa definizione chiedendo di farne una sorta di bandiera o di marchio per il nostro vino.
Sorgono però alcune domande:
Perchè un "padre nobile" del Soave come Giuseppe Coffele ha sentito il bisogno di proporre questa definizione per dar fuoco alle polveri? Se questa definizione ancora vale, a chi o a che cosa serve?
Nel 1970, il Soave era una denominazione appena nata (il disciplinare venne scritto nel 1968), e in termini di ettari vitati e di quantitativi prodotti era in piena espansione. L' aggettivo " classico", per il Paronetto, era sinonimo di un prodotto che già allora era "il più conosciuto ed esportato al mondo, di elevata validità economica, un vino che si produce solo nelle assolate colline digradanti dai monti Lessini". Un vino dall' antica storia.
Oggi, con un patrimonio viticolo di circa 7.000 ettari e oltre 50 milioni di bottiglie annue, siamo probabilemte all' apice delle possibilità produttive e i confini del disciplinare vanno ben oltre quelle assolate colline.
Rispetto al 1970, oggi c'è una sorta di doppia anima in questo vino che sembra scorrere a due velocità: da una parte è vino popolare, venduto a prezzi piuttosto bassi nella GDO, prodotto in grande quantità da cooperative ed imbottigliatori (percezione piuttosto diffusa tra i consumatori italiani) e, dall' altra, è vino di grande pregio ed espressivo di differenti terroir, frutto di abili mani di viticoltori di aziende piccole o medio piccole. E in questi ultimi vent'anni il lavoro del Consorzio e di questi produttori ha radicalmente cambiato la visione del Soave, soprattutto all' estero. In Italia, invece, come ha ribadito anche il giornalista Carlo Cambi al Forum Vinum Loci, di lavoro da fare ce ne sarebbe ancora molto Sul tema dell' immagine del Soave sono già intervenuta con questo post oltre un anno fa e a cui seguirono commenti molto interessanti (ma non ne venne alcuno da parte dei produttori). Credo che riproporre la definizione di "vino bianco classico d'Italia" possa servire, a patto però che alle parole seguano i fatti.
Lanciare il Soave negli U.S.A, in Giappone, ed ora in Cina e in India? "Il programma 2009 - 2011 per la promozione nei paesi extra- UE ha previsto un finanziamento di 600 mila euro annui", ha dichiarato il riconfermato presidente del Consorzio Arturo Stocchetti . Benissimo, per il vino all' estero, ma non sarebbe il caso di dare un'occhiata più attenta anche al mercato italiano?
I consumi interni sono in calo, lo sappiamo. Ma se un caro amico produttore che è sulla breccia da più di un ventennio mi viene a dire " Meno male che c'è l'Estero", qualche pensiero lo faccio e non è del tutto positivo.
Quanto costa commissionare un'indagine di posizionamento del Soave sul mercato italiano? Non credo siano cifre proibitive. Non sono un'esperta di marketing, ma anche come semplice consumatore non mi occorrono chissà quali prerequisiti per notare che quanto più ci si allontana dall' Est veronese, tanto più è difficile trovare il Soave "in carta", al ristorante o a bar.
Dice bene Giuseppe Coffele: qualche volta bisogna ricordare le coordinate della nostra storia per capire dove vogliamo andare. E una di queste voglio ricordarla anch'io.
E' l'autunno del 1968: Mario Soldati compie il primo dei suoi viaggi nell'Italia del vino che saranno raccolti poi nelle pagine di "Vino al vino". Attento a scoprire quelli che oggi definiremmo "vini artigianali", o "vini di vignaioli" ne scrive con parole straordinarie. Soldati arriva anche a Soave e quale azienda visita? Beve il Soave della Cantina Sociale (fondata nel 1900) ed ha un memorabile scontro con l'allora direttore Corrado Piacentini. Perchè non gli giunge nessun altro riferimento, nemmeno da Casa Pieropan che produceva a Soave da oltre mezzo secolo? Leggere quelle pagine fa capire molto sul Soave a "doppia velocità". Negli ultimi vent'anni si sono fatti avanti giovani produttori, spesso sono i figli di quei padri che conferivano l'uva alle grandi cantine sociali. E' in qualche modo "naturale" che il percorso sia doppio e che continui a pesare nell'immaginario del consumatore ( e non solo) l'inizio della storia: la grande quantità di vino prodotto, la viticoltura divenuta via via sempre più intensiva, il legame tra la produzione industriale e il benessere di tante famiglie e il lavoro dei singoli. C'è solo da sperare che in questo immaginario si faccia strada sempre più l'idea dell'eccellenza. Il vino bianco classico d' Italia se lo aspetta e se lo merita: vino eclettico, intramontabile, cosmopolita a tavola, che sa essere umile in gioventu e nobile nella maturità.
Ben venga, allora la definizione del Paronetto, caro Bepi Coffele, ma dimmi, com'è che sabato e domenica prossimi nella Piazzetta del Soave "Vino bianco classico d'Italia", in occasione delle Festa Medioevale del Vino, ci saranno otto produttori del luogo e mancherai proprio tu che hai lanciato l'idea?
Qui il programma della Festa medioevale del Vino Bianco di Soave.
Suonatori medioevali davanti al Chiosco del Soave Vino Bianco Classico d'Italia
In vetrina nel negozio di Pietro Masnovo la foto storica del Chiosco della Festa dell'Uva del 1933
si ripende, dunque una tradizione storica!
