
Bravi questi Vignaioli del Trentino, a mostrarsi uniti a Riva del Garda! (vedi il set fotografico)
Abbiamo incontrato una quarantina di fieri ambasciatori di quella che
dovrebbe essere l'identità del vino trentino, difficile da definirsi, si
dice, per la multiformità delle produzioni e per la difficoltà di
esportare un'immagine incisiva al di fuori dei confini della Valle
dell'Adige e dellle rocce dolomitiche. Che strano: io il
vino trentino lo apprezzo almeno da un decennio e l'ho fatto incontrando alcuni vignaioli, più che le grandi realtà cooperative - sto parlando di Eugenio Rosi, Mario
Pojer e Stefano Pisoni - tanto per fare qualche nome. E mi domando: perchè
ci sono voluti più di vent'anni per arrivare a momenti come quello di Riva (o
quello della scorsa primavera alla Fiera di Trento), se è vero che
l'Associazione Vignaioli del Trentino ha mosso i primi passi nel 1988 e
ha ufficializzato il proprio statuto nel 1994? Forse il "sistema tentino del vino" di cui tanto si parla per
esprimere, perlopiù, severe critiche al peso storico dell'organizzazione
cooperativa, è stato ( è?) un sistema pigro, anche troppo segnato da un sistema di aiuti e contributi
che molto hanno a che fare con gli equilibri politici. Non ho elementi
per esprimere valutazioni su questo tema, e non sono interessata più di tanto alla critica e alla polemica; mi pare però che
finalmente questi Vignaioli sembrano aver preso la strada giusta, verso una
reale "autonomia propositiva". E aggiungo che è soprattutto da loro che deve
partire la spinta a definire "che cos'è il vino trentino". Non c'è un'identità del vino Trentino? Troppi vini diversi? Troppi stili? Può anche darsi, ma questi Vignaioli mostrano di aderire a un percorso di ricerca che
definirei così: ricerca di autenticità, eccellenza, riconoscibilità di un
territorio al di là dei molti stili aziendali, e perchè no, anche dell' unicità di
alcuni vitigni e produzioni, come la Nosiola e il suo Vino Santo
doc.
Puntare l'attenzione sulla Nosiola, l'unico vitigno auoctono a bacca bianca del Trentino che ormai rappresenta soltanto l''1% della produzione, mi è sembrata un'ottima scelta. La degustazione "Declinazione Nosiola: annate, territori e uomini di
un’insospettabile passione trentina”, ha coinvolto una trentina di partecipanti in un viaggio indimenticabile tra 16 vini di diverse annate, stili produttivi e territori. Davvero un momento da ricordare.
La brava e appassionata Aurora Endrici ha tenuto le fila del racconto dei vignaioli; Rudi Zeni, Erica Pedrini, Marco Zani, Stefano Pisoni, Alessandro Poli, Lorenzo Cesconi, Mario Pojer e Giuseppe Pedrotti. E nelle loro parole abbiamo intravisto innanzitutto "la passione e il lavoro delle mani", per dirla con il presidente dei Vignaioli Nicola Balter. Eppoi il grido d'allarme per la paurosa decrescita della produzione di quest'uva che non può non dirsi trentina, tanto è impressa nella memoria storica locale: " Oggi solo 76 ha sono a nosiola su 10.500 ha coltivati" dice Mario Pojer " e poco più di 9.000 quintali sono stati prodotti nel 2011, mentre negli anni Settanta la nosiola era al primo posto tra le varietà bianche trentine". E dunque, questi vignaioli sono stati e sono ancora i custodi di questa varietà, anche se l'uva "spinarola" o "grasparola", così chiamata per il grappolo molto spargolo e con pochi acini è ora sostituita in gran parte da varietà clonali. La degustazione, dunque, ci ha raccontato di un'uva non facile da coltivare, che predilige terreni collinari e soleggiati, che matura tardivamente e si presta all'appassimento e soprattutto ci ha sorpreso con vini che, contrariamente alla fama della Nosiola come vino secco, leggero e d'annata, dimostrano una possibilità d'evoluzione e una tenuta nel tempo davvero insospettabili.